Quel valore che non si può arrestare…

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La gente passeggia tranquilla di ritorno dalla spiaggia. L’aria è tiepida e si infrange sulla pelle come una leggera carezza, quasi provasse a consolarmi. Questa mattina mi sono svegliato alle 4.30, dopo una notte passata a girarmi e rigirarmi nel letto. Come se fosse la posizione a non farmi prendere sonno. Sapevo benissimo che non era questa la realtà. Ero teso, fremevo di gioia ed eccitazione perché all’orizzonte avevo fissa l’immagine di imbarcarmi con tutti gli altri. Zaino in spalla, mi sono incamminato con gli attivisti del Free Gaza verso il porto. La strada era deserta, il paese intero ancora dormiva e un sole tiepido spuntava timidamente tra le case. Arrivati al porto, l’ennesima consegna di passaporti; le persone hanno sfilato ordinatamente davanti agli agenti. Poche centinaia di metri e noi tutti potevamo già vedere quelle due imbarcazioni. Ero convinto di avercela fatta. Ho fumato una sigaretta dopo l’altra per tentare di sforzare la tensione. Ma nulla. Poi l’amara notizia. La Free Gaza non ha ottenuto i permessi per salpare. Come in una legge della fisica, all’azione è corrisposta una reazione uguale e contraria. Così è stato. Il blocco imposto alla Free Gaza ha metaforicamente catapultato me ed altri 6 attivisti fuori dall’imbarcazione. Tutto per una stupida carta, un timbro, un pretesto di formalità che nasconde dietro di sè l’opera insistente di un paese che non accetta il dialogo, impone il proprio verbo, sommette chi si oppone. Israele ha parzialmente ottenuto ciò che voleva. Non è stato portato  il cemento e una nave è rimasta ingiottita nel vortice della diplomazia. Ammetto che per me è stata una cocente delusione. Io volevo proprio sfidare il mare aperto, vedere le coste di Gaza, incrociare gli sguardi dei palestinesi, capire il perché di tanto odio e tanta sofferenza, incontare Vittorio. Ho impiegato quasi mezza giornata per trovare la voglia di scivere queste due righe. Ero privo di stimoli, ma poi ho pensato ai volti pieni di gioia che hanno lasciato le acque di Larnaca. Quando  mi è tornata alla mente l’immagine di Derek, intento a caricare sulle spalle un sacco di cemento sfidando le autorità di Cipro, mi si è aperta una nuova prostettiva. Quel pazzo irlandese si rifiutava di salire senza portare con sè almeno un simbolico pacco di cemento, rischiando di vedersi ritirare il passaporto.

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Metto da parte qualsiasi stupida, ma umana, forma di invidia per condividre la felicità del Free Gaza Movement. Quei 27 pacifisci sono ora in mezzo al Mediterraneo alla volta della Striscia di Gaza. Me li immagino chiacchierare spensierati, incuranti del rischio che stanno correndo, ma consapevoli del valore della loro azione. Il mio pensiero va a loro per tutto quello che sono riusciti a donarmi in questa settimana d’attesa. Sono sicuro che il governo d’Israele non potrà nulla contro quella sgangherata imbarcazione: il valore che porta con sé non si può arrestare.


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